Attività fisica in gravidanza

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  1. L’attività fisica è consigliata in gravidanza? 
  2. Quale tipo d’attività fisica?

L’attività fisica è consigliata in gravidanza? 

L’attività fisica è consigliata alle donne in gravidanza in quanto ha dimostrato avere effetti benefici sia per la madre che per il bambino.

L’importante è non esagerare e seguire i consigli del ginecologo che in base alle condizioni della futura mamma e all’andamento della gravidanza, consiglierà l’attività fisica più opportuna. 

Solitamente ad una futura mamma in buona salute e senza patologie particolari vengono consigliati un 30-40 minuti di esercizio fisico a bassa intensità. 

L’esercizio regolare è preferibile a quello intermittente, l’assunzione di calorie dovrà essere adeguato e gli esercizi dovranno essere preceduti da 5 minuti di riscaldamento ed essere seguiti sempre da 15 minuti di stretching. 

E’ importante svolgere una costante attività fisica, non solo in gravidanza, ma già a partire dal periodo prima del concepimento e proseguirla nel periodo dopo il parto. 

L’esercizio fisico regolare rende la muscolatura della schiena e delle gambe più forte proteggendo la futura mamma dal dolore lombare, migliora la circolazione del sangue contrastando gonfiori, trombosi, crampi che caratterizzano soprattutto gli ultimi mesi di gravidanza. 

Anche per il feto l’attività fisica rappresenta un grande beneficio, favorisce il miglioramento delle funzioni della placenta, della velocità di crescita placentare, un miglior sviluppo neuronale ed una riduzione della percentuale di grasso corporeo fetale.

L’esercizio fisico deve essere interrotto in caso di dolori, perdita di liquido amniotico, emorragia vaginale, cefalea, astenia muscolare, nausea, contrazioni uterine, vertigini.

Quale tipo di attività fisica?

L’attività fisica apporta benefici psicologici, che includono riduzione della stanchezza, dello stress, della depressione.

L’attività fisica considerata sicura in gravidanza è l’attività aerobica come: 

  • Esercizi sportivi che attivano i muscoli in maniera continuativa da effettuare tenendo sotto controllo la frequenza cardiaca; 
  • Esercizi in acqua, in cui il peso del corpo è ridotto e non si va a sollecitare l’apparato muscolo scheletrico in modo traumatico; 
  • Camminata o corsa moderata con scarpe ben ammortizzate e svolta con moderazione; 
  • Ciclismo svolto su piani sicuri, il peso viene scaricato sulla bicicletta e si favorisce il movimento con un basso sforzo;
  • Yoga che risulta essere uno sport ideale per la gravidanza sempre con l’indicazione di non affaticarsi. 

Per i mesi della gravidanza sono quindi indicati sport distensivi e rilassanti, in ogni sessione di allenamento, è consigliato eseguire esercizi specifici per il rinforzo del pavimento pelvico e lavorare sulla muscolatura addominale, questo garantirà forza ed elasticità al tessuto nel momento del parto, rendendo meno difficile la fase espulsiva del feto. 

Alimentazione in gravidanza

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  1. Cosa mangiare? 
  2. Cosa non mangiare?

Cosa mangiare?

L’alimentazione in gravidanza riveste un ruolo importante, è uno dei fattori che influenza in modo significativo lo stato di salute della madre e del nascituro.

È consigliato prestare attenzione all’alimentazione già prima del concepimento, fino a tutto il periodo in cui il bambino verrà allattato al seno.

Le donne in gravidanza devono assicurarsi che la loro dieta fornisca in maniera adeguata nutrienti ed energia per consentire al bambino di svilupparsi e crescere correttamente, infatti nel primo trimestre è importante seguire un’alimentazione ricca di frutta, verdura e legumi per avere il giusto apporto calorico, ed è anche necessario provvedere all’integrazione di acido folico. L’acido folico è una delle vitamine più importanti per la crescita del bambino, si è dimostrato efficace nel ridurre il rischio di difetti del tubo neurale nel feto, è necessaria l’assunzione di almeno  0.4 mg (400 µg) al giorno dal primo mese del concepimento fino al primo trimestre di gravidanza, L’acido folico è contenuto nella frutta(fragole, lamponi), verdura(finocchi, ceci, broccoli), nei semi, nei cereali integrali, quando l’alimentazione non è sufficiente a fornire la quantità necessaria vengono prescritti gli integratori alimentari. Per poter utilizzare l’acido folico in maniera adeguata è importante un adeguato apporto di vitamina B12 soprattutto nella prima parte della gravidanza per la sintesi del DNA e si trova negli alimenti di origine animale (pesce, uova, latticini, carne).

Dal secondo trimestre, l’aumento dei tessuti materni e la crescita fetale fa sì che aumenti il fabbisogno di vitamine, sali minerali, lipidi ed in particolare quello proteico, in quanto le proteine sono importanti ai fini plastici cioè per la crescita dei tessuti.

Gli acidi grassi essenziali sono molto importanti sia per la madre che per la crescita e lo sviluppo del sistema nervoso centrale del neonato, non sono prodotti autonomamente dall’organismo e vanno introdotti con la dieta, tra questi soprattutto quelli del gruppo Omega-3, tra cui il più importante è il DHA presente nel pesce. 

Anche i minerali svolgono un ruolo fondamentale, è importantissimo il ferro contenuto nelle uova, nella carne e nel pesce; ma anche il calcio e il fosforo presenti nei latticini e lo iodio presente nel pesce. La carenza di iodio porta ad una ipofunzionalità tiroidea e può portare conseguenze sullo sviluppo del sistema nervoso e sulla crescita del feto.

Cosa non mangiare?

La necessità di escludere alcuni alimenti dalla dieta in gravidanza è soprattutto una questione di sicurezza, alcuni alimenti potrebbero veicolare patogeni responsabili di malattie come la toxoplasmosi. Si considerano situazioni a rischio il contatto sia con cibi crudi, vegetali non lavati che con carne cruda, inoltre bisogna lavarsi bene le mani con acqua e sapone dopo il contatto con tali alimenti.

Evitare in gravidanza l’assunzione di alcol poiché l’alcol ingerito dalla madre giunge dopo pochi minuti nel sangue del feto che non può metabolizzarlo perché è privo degli enzimi adatti a questo compito, di conseguenza l’alcol e i suoi metaboliti si accumulano nel suo sistema nervoso e in altri organi danneggiandoli.

Il caffè, come tutte le bevande contenenti le tè, bibite tipo cola e cioccolato, va assunto con moderazione perché la caffeina attraversa la placenta. 

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Tampone vaginale e rettale: ruolo della microbiologia in gravidanza

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  1. Cosa sono i tamponi vaginali e rettali?
  2. Cosa fare in caso di esito positivo?

Cosa è il tampone vaginale e rettale?

Il tampone vaginale e rettale consiste nel prelievo di una piccola quantità di secrezioni vaginali e rettali per individuare la presenza dello Streptococco beta-emolitico di gruppo B che è un batterio potenzialmente pericoloso per il neonato al momento del parto.  Quest’esame si effettua fra la 34a e la 37a settimana di gestazione durante una normale visita ginecologica essendo un esame indolore che può provocare al massimo un leggero fastidio.

Lo Streptococco B fa parte della flora batterica vaginale non aggressiva, e proviene dall’intestino è spesso asintomatico e innocuo per la mamma e il feto. La trasmissione di questo batterio avviene prevalentemente al momento del travaglio e del parto e se presente nella vagina o nel retto della mamma potrebbe infettare il bambino, causando infezioni neonatali, che in rari casi, possono essere anche molto gravi 

In caso di parto cesareo il bambino non passa dal canale vaginale e non può esserci pericolo di contagio. 

Cosa fare in caso di esito positivo?

Con il tampone vaginale e rettale viene effettuata anche un’urinocoltura, per valutare la presenza di infezioni a livello delle vie urinarie. Se il tampone è positivo e l’urinocoltura è negativa sarà necessario effettuare la terapia antibiotica per via endovenosa durante il travaglio. Se entrambi gli esami risultano positivi e la carica batterica è elevata sarà necessario eseguire una terapia antibiotica per via orale per sette giorni per evitare il rischio di infezioni alle vie urinarie, che potrebbero causare un parto prematuro, poi al momento del parto verrà effettuata una terapia antibiotica per via endovenosa.Dopo la nascita al bambino viene effettuato un tampone a livello oro-faringeo e a livello delle orecchie per escludere che abbia contratto l’infezione. In caso di esito positivo, anche il bambino verrà sottoposto ad una terapia antibiotica.

Prima di eseguire il tampone è importante escludere la presenza di irritazioni vaginali, nei giorni precedenti evitare rapporti sessuali ed interrompere terapie a base di creme, ovuli e terapie antibiotiche. 

Pap Test in gravidanza

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  1. È consigliato durante la gravidanza?
  2. Presenta controindicazioni?

È consigliato durante la gravidanza?

Il Pap-test viene consigliato alle donne di età compresa tra i 25 e i 30-35 anni. Lo scopo di tale test è quello di individuare precocemente tumori del collo dell’utero o eventuali alterazioni delle cellule della cervice uterina. 

Il 30-40% delle donne cui viene diagnosticato un cancro cervicale si trova in età riproduttiva ed è la neoplasia più frequentemente diagnosticata in gravidanza.

Solitamente il medico raccomanda il Pap-test a tutte le donne in gravidanza alla loro prima visita prenatale, se non lo hanno eseguito nei 2 o 3 anni precedenti. 

Non c’è quindi una reale necessità di fare il test se è stato effettuato negli ultimi anni, ma rappresenta spesso la gravidanza un’occasione, per svolgere un test importante per la salute.

Il test consiste nel prelevare un campione di cellule dal collo dell’utero raccogliendo piccole quantità di muco dal collo dell’utero e dal canale cervicale. 

Presenta controindicazioni?

Consigliare il Pap-test alle donne in gravidanza non rappresenta un pericolo per il feto ma si cerca di evitare di eseguire il test nel primo trimestre in quanto è un periodo delicato. 

Il Pap-test quindi è un test indolore, non invasivo e totalmente innocuo, può essere effettuato anche in gravidanza, senza che questo arrechi danni al feto o al decorso della gravidanza stessa.

Qualora il test risulti positivo, il ginecologo consiglierà altri test diagnostici per individuare l’agente infettivo e consiglierà la terapia opportuna. 

Test Torch

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Che cos’è il Test TORCH? 

Il Test TORCH è un esame in grado di rilevare la presenza di agenti patogeni responsabili di alcune malattie batteriche, virali e parassitarie che possono presentarsi senza sintomi ma che possono causare gravi conseguenze al feto e al neonato.

L’acronimo TORCH sta per Toxoplasmosi, Rosolia, Citomegalovirus, virus dell’Herpes simplex e Othersta che va ad indicare altre malattie (come sifilide, HIV, infezioni da coxsackie virus, virus varicella-zoster, parvovirus). Il rischio varia a seconda dell’agente infettivo e delle settimane di gestazione e tendenzialmente diminuisce con il progredire dell’epoca gestazionale. 

La Toxoplasmosi è un’infezione provocata da un parassita (Toxoplasma gondii) che può essere trasmessa dalla madre al feto attraverso la placenta durante la gravidanza e si può verificare in qualsiasi periodo gestazionale. Se contratto nel primo trimestre può portare ad aborto spontaneo o sviluppo di difetti congeniti. 

La Rosolia è una malattia esantematica contagiosa causata da un virus appartenente alla famiglia dei Rubivirus. Se contratta precocemente durante la gravidanza può portare ad aborto spontaneo o alla sindrome rubeolica che determina nel feto difetti neonatali multipli tra cui: sordità neurosensoriale, cataratta congenita, problemi di vista e lesioni cardiache e danni encefalici. Dopo la sedicesima settimana il rischio è basso e le conseguenze per il feto sono lievi o addirittura trascurabili.

Il Citomegalovirus (CMV) è un virus della stessa famiglia degli Herpes, può passare al feto durante il parto o attraverso il latte materno. I neonati infettati possono andare incontro a gravi problemi come perdita dell’udito, ritardo mentale, polmonite, ma il 50-80 % delle donne ha contatti con CMV prima della gravidanza ed è perciò praticamente immune.

Il virus dell’Herpes simplex (HSV) è un virus a DNA che infetta l’uomo, viene di solito trasmesso per via orale o per contatto genitale. II virus, generalmente, passa al bambino attraverso il parto quando le madri sono infette a livello genitale. Il virus può diffondersi in tutto il corpo del neonato attaccando organi vitali come fegato, polmoni e sistema nervoso centrale.

Quando viene prescritto? Quali valori rileva?

Il test TORCH viene prescritto come test di screening all’inizio della gravidanza o quando una coppia progetta di avere un figlio. Si effettua con un normale prelievo di sangue. 

Si va a valutare la presenza di specifici anticorpi IgG ed IgM attivati in seguito ad infezioni.

Un risultato ottimale si ha quando non si rilevano quantità misurabili di anticorpi IgM nel sangue della madre o nel feto. È importante fare il test in quanto queste malattie possono risultare pericolose per il feto, soprattutto se contratte nelle prime fasi dello sviluppo.

Analisi di laboratorio da praticare durante la gravidanza: dalle linee guida alla pratica clinica.

olinorm e la donna

Durante la gravidanza è molto importante eseguire tutti i controlli medici e nell’ambito della gravidanza le analisi di laboratorio hanno un ruolo importante. Tra gli esami del sangue previsti in gravidanza dal Sistema Sanitario Nazionale ci sono all’inizio della gravidanza:

  • Identificazione gruppo sanguigno e fattore Rh

Se non è stato già eseguito l’esame del gruppo sanguigno è necessario farlo ed è importante determinare non solo il gruppo sanguigno ma anche il fattore Rh se è positivo o negativo tramite il test di Coombs. Se la madre è Rh negativo, è necessario conoscere il gruppo sanguigno del padre. Se questo é Rh positivo, il feto potrebbe essere a sua volta Rh positivo e quindi potrebbe crearsi un’incompatibilità Rh tra madre e feto. In questo caso la madre produce anticorpi contro l’antigene Rh che passano attraverso la placenta e distruggono i globuli rossi del feto, determinando la malattia emolitica del neonato (MEN). Se una donna Rh negativa partorisce un bambino Rh positivo, per prevenzione, le vengono somministrate le immunoglobuline specifiche anche in caso di aborto spontaneo o volontario. 

  • Emocromo 

Rileva la quantità, le dimensioni, le caratteristiche e il tipo delle cellule del sangue. I valori dell’emocromo in gravidanza sono diversi questo perché dipende da una fisiologica diluizione del sangue che si ha in gravidanza. I globuli rossi (GR), l’emoglobina (Hb), che veicola l’ossigeno e l’ematocrito (Ht), il rapporto fra le cellule e la parte liquida del sangue, diminuiscono, mentre i globuli bianchi (GB) possono aumentare. Con l’emocromo inoltre si può rilevare la presenza di un’anemia e capire di quale tipo essa può essere. Se i valori dell’emocromo sono normali, è comunque necessario ripetere periodicamente il test nel corso della gravidanza, con lo scopo di verificare tempestivamente una eventuale tendenza all’ anemia o la possibile insorgenza di altre patologie. E’ importante eseguire l’elettroforesi delle proteine se dall’emocromo si rileva un volume piccolo dei globuli rossi o se vi è il sospetto di anemia, talassemia o di qualche altra emoglobinopatia.

  • Sideremia

Indica la quantità di ferro presente nel sangue. In gravidanza la carenza di ferro che può portare ad anemia è molto frequente. E’ consigliabile eseguire una terapia con ferro ed una dieta adeguata. E’ importante dosare anche la ferritina che permette di dare una migliore visione della situazione. 

  • Glicemia

Misura la quantità di glucosio nel sangue. Se normale va ripetuta periodicamente nel corso della gravidanza. Un valore persistentemente alto (intorno ai 110 mg/dl) è sospetto di una ridotta tolleranza ai carboidrati o di un diabete gestazionale e per questo che è importante eseguire la curva da carico di glucosio che valuta come l’organismo reagisce alla somministrazione di zucchero. Si dosa la glicemia a digiuno e con due prelievi, uno dopo un’ora e un altro dopo 2 ore aver bevuto una miscela di glucosio e acqua (75 gr glucosio + 300 ml acqua). Qualora i valori fossero superiori al limite, si può porre la diagnosi di diabete gestazionale.

  • Transaminasi (AST – ALT) e Creatininemia

Le transaminasi sono enzimi contenuti nel fegato e il loro innalzamento nel sangue potrebbe indicare una possibile sofferenza epatica. La creatininemia è la quantità di creatinina presente nel sangue, prodotto di rifiuto del metabolismo, l’aumento della creatinina è espressione di una non ottimale funzionalità renale. 

Un periodico controllo tramite analisi di laboratorio assicura la naturale evoluzione della gravidanza e permette di evidenziare eventuali patologie. Inoltre un precoce riconoscimento di eventuali problemi e/o patologie favorisce una adeguata terapia, prevenendo così complicazioni.

Ecografia Terzo trimestre: ecoaccrescimento

ecoaccrescimento

Che cos’è l’ecoaccrescimento?

L’ecografia del III trimestre o eco-accrescimento fa parte delle ecografie di routine in gravidanza insieme all’ecografia del I trimestre e all’ecografia morfologica. Si esegue nel terzo trimestre in genere tra le 32-34 settimane e permette di valutare la crescita ed il benessere del feto. Prima di iniziare l’esame è bene identificare l’età gestazionale. 

Cosa permette di valutare?

E’ un’ecografia finalizzata a misurare le dimensioni del feto per valutare se sta crescendo bene ma valuta anche la presenza dell’attività cardiaca e dei movimenti fetali, la situazione e la presentazione fetale, la localizzazione della placenta ed il suo grado di maturità (da 0 a III) per escludere la condizione di “placenta previa” (l’impianto della placenta in corrispondenza o in prossimità dell’orifizio uterino interno), la quantità di liquido amniotico per valutare se ridotto o aumentato.

Permette di valutare anche alcuni parametri biometrici come estremo cefalico, circonferenza cranica (HC), diametro fronto-occipitale (OFD), diametro bi parietale (BPD), circonferenza addominale (AC), la lunghezza delle ossa lunghe come omero, ulna, radio, femore, tibia e fibula.Da queste misurazioni si ottiene anche la stima del peso fetale ovvero il peso fetale con un errore del ± 10%. 

Ecocardio Fetale

ecocardio-fetale

Che cos’è l’ecocardio fetale?

Le cardiopatie fetali sono delle anomalie congenite molto frequenti alla nascita, infatti hanno un’incidenza sulla popolazione che varia intorno allo 0,5%.  Attualmente le cardiopatie sono responsabili del 25% delle morti perinatali e del 50% della mortalità infantile dovuta a malformazioni congenite, quindi lo studio accurato del cuore fetale è estremamente importante per pianificare una terapia tempestiva o un trattamento medico idoneo al caso specifico.  Spesso una cardiopatia fetale può essere anche associata ad altre sindromi genetiche o cromosomiche, pertanto un suo riscontro in epoca prenatale può indirizzare verso indagini genetiche mirate. L’ecocardio fetale è un esame diagnostico che ha come obiettivo il controllo sequenziale dell’anatomia cardiaca, attraverso l’uso degli ecografi ad alte prestazioni che sono dotati di particolari sonde ad alta frequenza  e consentono anche lo studio tramite doppler pulsato e a colori. La valutazione anatomica prevede la sistematica osservazione del sito viscerale, delle connessioni atrio-ventricolari, ventricolo-arteriose, dei ritorni venosi sistemici e polmonari. Il periodo migliore per eseguire tale esame è la 20^ settimana di gestazione, potrebbe anche essere effettuata durante la 17^ settimana, ma avrebbe un’accuratezza diagnostica inferiore.

In quali casi si effettua l’ecocardio fetale?

L’ecocardio fetale è indicato per le pazienti che hanno già avuto un figlio affetto da cardiopatia congenita o a cui è stato riscontrato un sospetto di cardiopatia fetale all’ecografia del I° trimestre. Inoltre, esistono delle condizioni di salute materne che espongono il feto alle cardiopatie congenite: infezioni contratte durante la gestazione (ad esempio la rosolia comporta un rischio malformativo del 50%), diabete, fenilchetonuria, malattie autoimmuni e l’assunzione di farmaci teratogeni come gli anticonvulsanti. 

LINEE GUIDA SIEOG- Società Italiana di Ecografia Ostetrica e Ginecologica-Edizione 2006

https://www.inran.it/ecocardiografia-fetale/20958

Ecografia secondo trimestre: ecomorfologica strutturale

structural scan

Che cos’è l’ecografia morfologica strutturale?

Le ecografie del primo e del secondo trimestre sono i controlli più importanti di tutta la gestazione. In particolare, l’ecografia del secondo semestre viene anche definita “morfologica” perché predisposta per studiare la morfologia del feto, al fine di escludere o accertare la presenza di malformazioni. 

Quando si esegue e cosa rileva?

Si esegue tra la 20^ e la 23^ settimana di gravidanza, periodo in cui il rapporto fra le dimensioni del feto e la quantità di liquido amniotico è ottimale per lo studio morfologico. Infatti, con l’avanzare della gestazione e, in particolare dopo le 26 settimane di gestazione, diventa sempre più difficile esplorare con chiarezza la struttura del feto. L’ecografia morfologica strutturale prevede la stima delle dimensioni del feto (biometria fetale), dell’impianto e della struttura della placenta, della quantità di liquido amniotico, del collo dell’utero, ma fornisce soprattutto uno studio analitico di tutti i distretti anatomici esplorabili: strutture intracraniche, studio del volto, dell’apparato cardiovascolare e degli organi, delle estremità e della colonna vertebrale. Solitamente permette anche la determinazione del sesso e della presunta data di nascita. Il riscontro di malformazioni strutturali attraverso l’ecografia morfologica può indirizzare all’esecuzione di esami genetici più specifici, mirati a confermare o escludere la presenza di sindromi. In alcuni casi il ginecologo consiglia di associare all’ecografia morfologica anche la flussimetria o doppler delle arterie uterine, che è una metodica basata sugli ultrasuoni che permette di misurare la quantità e la velocità del sangue che circola in un determinato vaso sanguigno e di rilevare la restrizione di crescita fetale e la presenza della preeclampsia nella madre, ovvero una sindrome particolarmente pericolosa perché caratterizzata da edema, proteinuria (perdita di proteine con le urine) e/o ipertensione.

https://www.medicinamaternofetale.it/medicina-fetale/ecografia-di-secondo-e-terzo-livello/ecografia-morfologica

Diagnosi prenatale: villocentesi e amniocentesi

villocentesi o amniocentesi

Che cos’è la diagnosi prenatale?

La diagnosi prenatale è l’insieme delle tecniche strumentali e di laboratorio che permettono di identificare eventuali anomalie cromosomiche, malformazioni fetali e mutazioni genetiche durante le prime fasi di sviluppo embrionale, al fine di stabilire percorsi terapeutici adeguati sulla base dei risultati diagnostici. Le tecniche di diagnosi prenatale non invasiva sono rappresentati dai cosiddetti test di screening. Se il risultato di un test di screening prenatale è positivo, le linee guida del Ministero della Salute richiedono la conferma dei risultati con un test diagnostico invasivo: la villocentesi (tra la 11^ e la 12^settimana di gestazione) o l’amniocentesi (tra la 15^ e la 20^ settimana di gestazione).

Cosa sono la villocentesi e l’amniocentesi?

La villocentesi e l’amniocentesi sono delle particolari tecniche che permettono lo studio dei cromosomi fetali, andando ad individuare le possibili anomalie di numero o di struttura a carico dei cromosomi. Nella maggior parte dei casi servono per confermare o meno il sospetto della Sindrome di Down, che è causata dalla presenza di 47 cromosomi con un 21 in eccesso, infatti viene anche definita Trisomia 21. La villocentesi prevede il prelievo di villi coriali della placenta, inserendo per via transaddominale, un ago sottile che viene spinto lungo la placenta sotto controllo ecografico, parallelamente alle membrane per minimizzare il rischio di perforazioni. I villi coriali sono il tessuto che costituisce la placenta e derivano dallo stesso ovulo fecondato che si differenzia in embrione, placenta e membrane. Il patrimonio genetico contenuto nelle cellule placentari è quindi identico a quello dell’embrione e può essere utilizzato per studiare i cromosomi fetali. L’amniocentesi invece, è una tecnica molto simile alla precedente, che però prevede il prelievo del liquido amniotico. Attraverso la coltura delle cellule fetali presenti nel liquido amniotico si possono anche identificare i difetti del tubo neurale, le anomalie del metabolismo e altre patologie ancora. Sia la villocentesi sia l’amniocentesi comportano un certo rischio che la gravidanza si interrompa spontaneamente dopo la loro esecuzione.

https://www.lifebrain.it/main/wp-content/uploads/2017/06/Prenatale-Web.pdf